Processo Constitucional - Ed. 2019

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Considerazioni Sulla Giurisprudenza Costituzionale In Materia DI Diritti Fondamentali a Sessantadue Anni Dalla Prima Sentenza Della Corte Costituzionale Italiana

Considerazioni Sulla Giurisprudenza Costituzionale In Materia DI Diritti Fondamentali a Sessantadue Anni Dalla Prima Sentenza Della Corte Costituzionale Italiana

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Autor:

GIANCARLO ROLLA

Ordinario Diritto Pubblico Comparato.

1. Le principali finalità della Corte costituzionale

La Costituzione italiana compie nel 2018 settant’anni, la Corte costituzionale ha celebrato nel 2016 i suoi primi sessanta anni di attività (ha iniziato a operare solo a partire dal 1956): questo ritardo testimonia come il primo Parlamento della Repubblica abbia esercitato una sorta di “ostruzionismo” nei confronti di tutti i nuovi organi ed enti che i costituenti hanno introdotto per affermare il principio organizzativo della separazione dei poteri. 1 Il Consiglio superiore della magistratura (che sottrae al Ministro della giustizia importanti poteri al fine di garantire l’autonomia e l’indipendenza dell’ordine giudiziario) fu attivato nel 1958, le Regioni (che danno vita a un cheek and balance di tipo verticale) vennero istituite nel 1970. Da ultimo, la Corte costituzionale (che estende l’efficacia del principio di legalità anche alle fonti primarie) adotta la sua prima sentenza nel 1956. 2

La dottrina, sin dai suoi primi commenti alla Costituzione, ha compreso la rilevanza e le potenzialità costituzionali di questo organo, che poteva favorire la legalità sostanziale del sistema normativo (sia depurandolo dalle possibili antinomie, sia assolvendo a una funzione di interpretazione autentica del significato delle disposizioni costituzionali), assicurare la tutela dei diritti fondamentali, garantire l’equilibrio istituzionale tra i poteri dello Stato e tra questo e gli enti politici decentrati. 3 Inoltre, i giudici costituzionali potevano assolvere al ruolo di garanti attivi del carattere pattizio della Costituzione: in quanto interpreti privilegiati della Costituzione, potevano con la loro giurisprudenza rendere le disposizioni costituzionali un corpo vitale (un living tree) in sintonia con le trasformazioni sociali e del costume.

Inoltre, non va dimenticato che le moderne società pluralistiche sono percorse da interessi non omogenei, da aspettative contrastanti, da tensioni non sempre componibili in una sintesi unitaria; mentre la legge – che difficilmente si può considerare espressione della volontà generale secondo la solenne affermazione della Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo e del cittadino – tende a realizzare una selezione degli interessi sulla base dell’indirizzo politico perseguito dalla maggioranza parlamentare e di governo. In questo contesto, al giudice costituzionale non compete sostituirsi agli organi di indirizzo politico, ma deve esercitare un’opera delicata di ponderazione, ricercare un equilibrio tra i diversi diritti in gioco (in modo che la tutela di una posizione soggettiva non si traduca nella sostanziale compressione delle altre) ovvero tra questi e i principi supremi dell’ordinamento.

2. I lineamenti generali del sistema italiano di giustizia costituzionale: dal dibattito in Assemblea costituente al “modello” realizzato dal legislatore e dalla giurisprudenza della Corte

In Assemblea costituente – se si escludono alcune posizioni di principio, contrarie a prevedere forme di controllo delle leggi da parte dei giudici – si coagulò, innanzitutto, un consenso attorno a tre criteri di carattere generale: la rigidità costituzionale, l’introduzione di un procedimento ad hoc finalizzato verificare il rispetto delle norme costituzionali, l’affidamento di tale compito a un apposito organo di rilievo costituzionale. 4 Successivamente, durante i lavori della seconda Sottocommissione, prevalse l’idea di dar vita a un controllo non politico, ma di natura giurisdizionale. 5

In merito, poi, a come organizzare siffatto tipo di controllo si sono confrontate differenti opzioni. La prima – sostenuta in particolare da Calamandrei – proponeva un ibrido tra l’esperienza nordamericana di judicial review e il controllo astratto di derivazione austriaca: la funzione di giudice costituzionale avrebbe dovuto essere ripartita tra i giudici comuni (che risolvevano il contrasto tra norme ordinarie e costituzione nel corso di un processo, con effetti inter partes) e la Corte costituzionale (che decideva sulla base di un ricorso presentato, entro tre anni dall’entrata in vigore della legge, da un Procuratore generale su richiesta di parlamentari o dei cittadini al determinarsi di particolare presupposti), le cui decisioni vincolavano il Parlamento a modificare gli eventuali vizi di incostituzionalità.

La seconda proposta – caldeggiata in particolare da Leone – prevedeva un ricorso accentrato e successivo nei confronti non solo delle leggi, ma anche dei regolamenti e degli atti amministrativi, che poteva essere presentato da un ampio ventaglio di organi (Presidente della Repubblica, Governo, Presidente della Regione e del Consiglio regionale, un organo del potere giudiziario, cittadini che ne abbiano interesse); inoltre, la dichiarazione di incostituzionalità produceva effetti retroattivi, salva la possibilità per la Corte costituzionale di dettare norme transitorie valide nei sei mesi successivi alla pubblicazione della sentenza. A sua volta il costituente Einaudi ipotizzava di distinguere il controllo di legittimità delle norme dai conflitti di competenza: il primo avrebbe dovuto essere di competenza dei giudici comuni, i secondi erano riservati alla Corte di cassazione. Invece, le competenze di natura prettamente política (come il giudizio sui reati del Presidente della Repubblica e dei ministri) sarebbero spettate al Parlamento in seduta comune. Da ultimo Mortati propose di valorizzare il ruolo della Corte costituzionale come “giudice dei diritti”, riservandole la competenza in tema di ricorsi diretti a tutela dei diritti fondamentali (una sorta di amparo costituzionale).

E’ opportuno anche precisare che la Costituzione non contiene una disciplina orgânica del sistema di giustizia costituzionale, ma si limita a indicare un debujo preliminare basato sulla previsione di un controllo accentrato (in cui le cui sentenze di incostituzionalità hanno un effetto di annullamento erga omnes) a cui si aggiunge un numero limitato di altre competenze, come i conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato e tra lo Stato e le Regioni, i reati del Presidente della Repubblica per alto tradimento e attentato alla Costituzione e (successivamente) il giudizio di ammissibilità delle richieste di referendum abrogativo.

Le scelte dei costituenti furono evidentemente influenzate dal prototipo introdotto nella Costituzione austriaca del 1920. 6 Tuttavia, sarebbe fuorviante basarsi sul solo testo del Costituzione, dal momento che il sistema effettivamente operante in Italia si è formato gradualmente, plasmato sia dalla legislazione attuativa (costituzionale e ordinaria), sia dalla prassi e dalle regole integrative adottate dallo stesso giudice costituzionale.

Utilizzando gli schemi di classificazione introdotti dalla dottrina, si può sinteticamente affermare che in Italia opera un sistema che è al tempo stesso misto ed ibrido. La sua natura “mista” discende dalla convivenza di forme di sindacato accentrato (spetta solo alla Corte decidere sulla legittimità costituzionale delle leggi) e diffuso (il giudice ordinario può decidere di non sollevare una questione di costituzionalità ritenendo possibile un’interpretazione della norma conforme a Costituzione); di un giudizio concreto (nel caso del giudizio di legittimità costituzionale in via …

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4 de Julho de 2022
Disponível em: https://thomsonreuters.jusbrasil.com.br/doutrina/secao/1212768933/considerazioni-sulla-giurisprudenza-costituzionale-in-materia-di-diritti-fondamentali-a-sessantadue-anni-dalla-prima-sentenza-della-corte-costituzionale-italiana